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Morciano di Leuca

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Morciano di Leuca
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Morciano è un piccolo, ridente paese adagiato sulle Serre salentine, a circa tre chilometri dalle acque dello Ionio, a sette da Santa Maria di Leuca.

Dapprima aggregato all'Amministrazione Comunale di Salve, poi a quella di Patù, finalmente con Regio Decreto Nº 1839 dell'1 Agosto 1838 fu eretto a Comune autonomo con la denominazione di "Morciano di Leuca" per distinguerlo dal comune di "Morciano di Romagna".

In virtù del Regio Decreto Nº 139 - decorrenza 1 Luglio 1894, la Frazione di Barbarano passava dal Comune di Salve a quello di Morciano. Oggigiorno Morciano vanta una bellissima marina, Torre Vado, fiore all'occhiello del turismo del Basso Salento: le acque limpide del mare, il cielo terso, quel sole che conquista gli animi, l'ospitalità della gente, hanno ormai da tempo varcato i confini regionali.

 

Su questo paese ci hanno lasciato cenni molti Autori antichi e moderni - dal leccese Iacopo Antonio Ferrari (XVI sec.) al filosofo e medico di Leverano Girolamo Marciano (I^ metà del XVII sec.), dal Padre Cappuccino Luigi Tasselli di Casarano (XVII sec.) a Gio. Bernardino Tafuri da Nardò (XVII sec.) al marchese di Presicce Giacomo Arditi (XIX sec.), ad Amilcare Foscarini (inizi del secolo scorso), fino ai nostri giorni.

In passato ha avuto molta fortuna la ricerca etimologica sul nome di Morciano, come pure sulle denominazioni dei paesi vicini e lontani: l'orientamento più diffuso riconduceva i nomi di questi paesi a personaggi non documentati della romanità classica, spesso centurioni ai quali venivano assegnati latifondi situati nelle aree più periferiche. Così Morciano dal centurione "Morcianus". Un altro indirizzo considerava Morciano un deposito delle merci e granaglie dell'antico Vereto (merx=merce). Documenti a noi cronologicamente più vicini rinviano, invece, l'etimologia alle "Murge", ovvero alla contrada rurale che più di altre caratterizza il territorio del paese.

Dall'esame dei documenti allo stato attuale in possesso il primo riferimento storico a Morciano, ossia la prima volta che Morciano viene nominato, risale al 1190, quando Tancredi, Re delle Due Sicilie, convocò i Capitani leccesi divenuti ormai suoi sudditi, li nominò tutti Baroni, distribuendo agli stessi i vari feudi e i paesi del Salento: al Cavaliere Sinibaldo Sambiasi donò Morciano e Salve. D'allora in poi Morciano avrebbe subito, così come avvenne per tutto il Meridione, l'altalena dei vari avvicendamenti delle varie denominazioni straniere in Italia, dai Normanni (1071-1198) agli Svevi (1198 - 1266), dagli Angioni (1266 - 1442) agli Aragonesi (1442 - 1503), agli Spagnoli (1503 - 1714), agli Asburgo (1714 - 1735), ai Borboni (1735 - 1860), e infine ai Savoia (1861 - 1946): oltre sette secoli del più bieco feudalesimo, con le popolazioni ridotte in miseria, un'economia stagnante fondata soprattutto su un'agricoltura arcaica e priva di prospettive. Morciano in quei lunghi secoli ha conosciuto come unico potere - vessatorio oltre ogni misura - quello dei vari Feudatari succedutisi di generazione in generazione e appartenenti alle casate dei Murchano (Riccardo, Guglielmo e Peregrino), dei Sangiorgio, dei di Brienne, dei Capece, dei D'Enghien, dei di Dell'Antoglietta, fino al fatidico 1642, quando il paese passò ai Castromediano con dignità di ducato. Da quell'anno fino agli sfortunati eventi del periodo risorgimentale, Morciano rimase ininterrottamente governato da questa dinastia proveniente dalla Germania: l'imponente castello era sede e simbolo di quel potere, finchè venne espropriato con sentenza del 16 Dicembre 1836 dal Tribunale di Lecce, fu aggiudicato al Cav. Luigi de Leigneau, Ufficiale del Reggimento Cacciatori d'Africa e imparentato coi Castromediano, e da questi venduto al cognato Giuseppe Valentini per 2.200 ducati con atto del notaio Raffaele Bruni del 18/04/1848. Ma questa è ormai storia dei nostri giorni. In questo fortilizio trovarono rifugio gli abitanti di Morciano nel corso delle continue incursioni dei Turchi, soprattutto nei secoli XVII - XIX, protetti dalle alte mura e dai maestosi torrioni che ancora oggi conservano nel proprio corpo le bombarde barbaresche.



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